Come funziona la fagoterapia?

A cura del Dott. Alain Dublanchet, medico e biologo ospedaliero onorario. — Aggiornato il 29 agosto 2026.

La fagoterapia utilizza virus naturali, i batteriofagi, per distruggere i batteri responsabili di un’infezione. Ogni fago attacca una sola specie batterica: il trattamento viene preparato su misura, a partire dal batterio prelevato dal paziente. Praticata senza interruzioni dal 1923 presso l’Istituto Eliava di Tbilisi, in Georgia, rappresenta oggi una delle poche opzioni contro le infezioni resistenti agli antibiotici.

L'essenziale in cinque punti

  • Principio — virus che infettano solo i batteri, senza toccare le cellule umane, animali o vegetali.
  • Tempi — da 7 a 10 giorni per identificare il fago attivo con il fagogramma, poi da qualche settimana a 3 mesi di trattamento.
  • Specificità — un fago distrugge una sola specie di batterio: il microbiota intestinale e cutaneo viene preservato.
  • Tollerabilità — un secolo di uso clinico, con effetti indesiderati segnalati rari e lievi.
  • Dove — in Georgia, unico Paese in cui la pratica non si è mai interrotta; l’Istituto Eliava vi conserva oltre 6.000 ceppi.

Che cos’è la fagoterapia?

La fagoterapia è un trattamento delle infezioni batteriche che utilizza i batteriofagi, virus naturali in grado di distruggere una specifica specie di batterio. Si rivolge in primo luogo ai pazienti la cui infezione non risponde più agli antibiotici.
I fagi infettano e distruggono i batteri senza danneggiare le cellule umane o animali. Per questo la terapia è molto ben tollerata: in un secolo di uso clinico, gli effetti indesiderati segnalati sono rimasti rari e lievi.
Il principio consiste nell’identificare il virus adatto all’infezione e poi applicarlo sulla sede infetta affinché distrugga i batteri — e soltanto quelli. Questi virus si moltiplicano poi sul posto e continuano a distruggere i batteri identici che incontrano.
La fagoterapia tratta con successo infezioni resistenti agli antibiotici, a cominciare da Staphylococcus aureus, ma anche Pseudomonas aeruginosa, Escherichia coli o Klebsiella. Le patologie interessate sono descritte in dettaglio in una pagina dedicata.
Prima di ricorrervi, consulti un medico specialista e si rivolga a un’équipe esperta nell’uso dei fagi.

Che cosa sono i batteriofagi?

I batteriofagi, o fagi, sono virus che infettano soltanto i batteri. Sono tra gli organismi più abbondanti del pianeta e non presentano alcun pericolo per le cellule umane, animali o vegetali.
Un fago si lega a recettori presenti sulla superficie di un batterio, ne perfora la parete ed entra nella cellula. All’interno si moltiplica e distrugge il batterio facendolo letteralmente scoppiare, in meno di un’ora. I nuovi fagi si disperdono, incontrano i batteri vicini della stessa specie e ripetono l’operazione. L’eliminazione diventa esponenziale.
Ogni fago è specifico di una sola specie batterica. È ciò che lo distingue radicalmente da un antibiotico: l’infezione viene eliminata senza distruggere i batteri utili dell’intestino, delle mucose e della pelle.
I fagi sono presenti ovunque — acque, suoli, esseri viventi — dove regolano naturalmente le popolazioni batteriche. Scoperti nel 1917, sono studiati da oltre cento anni e hanno curato milioni di malati prima dell’arrivo degli antibiotici.

Fagi o antibiotici: quali differenze?

Un antibiotico agisce su intere famiglie di batteri, secondo un protocollo standardizzato e applicabile immediatamente. Un fago colpisce una sola specie, e il trattamento viene preparato a partire dal ceppo prelevato dal paziente.
Tre conseguenze pratiche: il microbiota intestinale viene preservato invece di essere distrutto, gli effetti indesiderati restano rari e transitori, e una resistenza non porta mai a un vicolo cieco, poiché si può selezionare un fago più attivo.
Metodologia, effetti collaterali, meccanismi di resistenza, bersaglio batterico e condizioni di produzione: l’argomento è trattato punto per punto nella pagina Fagi e antibiotici a confronto.

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi della fagoterapia?

Il principale svantaggio della fagoterapia è la sua durata: essendo personalizzata, richiede più tempo e costa di più di un trattamento antibiotico.
Occorre prima prelevare il batterio, metterlo in coltura ed eseguire un fagogramma, cioè la ricerca del fago più attivo. Questo processo richiede da 7 a 10 giorni. Il trattamento di un’infezione urinaria può poi richiedere da 2 a 3 mesi, e di più per un’osteite multiresistente.
In compenso, a differenza degli antibiotici, i batteriofagi non provocano effetti collaterali gravi né duraturi.
Altro vantaggio decisivo: se un batterio diventa resistente ai fagi somministrati, è possibile selezionare un fago più attivo o adattarlo a partire dal ceppo del paziente. Non esiste quindi mai un vicolo cieco terapeutico assoluto.

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Come vengono preparati i fagi?

I fagi vengono isolati da campioni ambientali, poi purificati, testati e confezionati in un laboratorio di batteriologia.
Si preleva un campione non sterile — acqua di fiume, acque reflue — che contiene sempre numerosi batteri e i fagi associati. Il campione viene omogeneizzato e liberato dalle particelle solide e dai batteri. Una goccia viene messa a contatto con il batterio da combattere, coltivato per 18-24 ore in un brodo diventato torbido.
Dopo alcune ore di incubazione, il brodo si schiarisce: segno che il fago specifico ha riconosciuto il «suo» batterio e lo ha distrutto. È la lisi. L’operazione viene ripetuta a partire dal terreno schiarito. L’aggiunta di cloroformio elimina i batteri residui senza alterare i fagi; centrifugazione e filtrazione fine rimuovono le particelle rimanenti.
Un laboratorio ottiene così in pochi giorni i fagi attivi contro un batterio isolato in un paziente. La produzione industriale di fagi terapeutici è molto più impegnativa: test di purezza, concentrazione e attività, rigorosamente regolamentati dalle autorità sanitarie come per qualsiasi farmaco.
L’intelligenza artificiale comincia a essere impiegata per ridurre questi tempi, selezionando i fagi adatti in banche di ceppi già caratterizzati. La strada è promettente ma ancora in fase di studio.

Come vengono somministrati i fagi?

La modalità di somministrazione dipende dalla sede dell’infezione. Un secolo di pratica ha permesso di convalidare numerose vie, senza effetti collaterali rilevanti.
A seconda della localizzazione, i fagi vengono applicati localmente, iniettati, nebulizzati o infiltrati: mesoterapia per una follicolite, inalazioni in caso di interessamento polmonare come nella fibrosi cistica. La formulazione liquida resta la più frequente, ma esistono anche compresse, pomate e incorporazioni nei cementi ortopedici.
Poiché i fagi sono sensibili all’acidità, un trattamento per via orale è preceduto dalla somministrazione di bicarbonato di sodio, per neutralizzare il succo gastrico.
Lo svolgimento completo è descritto nella pagina Protocollo di trattamento con la fagoterapia.

Chi ha scoperto la fagoterapia?

La fagoterapia è stata inventata nel 1919 da Félix d’Hérelle, ricercatore franco-canadese dell’Istituto Pasteur, due anni dopo la sua scoperta dei batteriofagi.
Nel 1917 osserva che campioni di malati di dissenteria, depositati su una piastra di Petri, fanno comparire delle «placche chiare» dove i batteri sono scomparsi. Trasferendo queste placche su altre colture, ottiene lo stesso effetto e ne deduce la presenza di un microbo che uccide i batteri. Lo chiama batteriofago, dal greco phagein, mangiare: un mangiatore di batteri.
L’ipotesi è audace. Il microscopio elettronico comparirà solo negli anni Quaranta: all’epoca è impossibile osservare questi organismi. D’Hérelle subisce critiche feroci, in particolare dal premio Nobel Jules Bordet.
Nel 1919 isola questi batteriofagi attivi per somministrarli ad animali, poi a pazienti. Per convincere i colleghi della loro innocuità, ingerisce lui stesso i suoi preparati. Tratta poi bambini affetti da shigellosi — allora frequente e spesso mortale — e li guarisce. Era nata la fagoterapia, che si diffuse rapidamente in Europa, nelle Americhe e in Asia.

Perché i fagi non vengono usati in Francia?

Fino al 1980, in Francia cinque farmaci a base di fagi erano venduti in farmacia e rimborsati al 75% dal servizio sanitario nazionale francese (Sécurité sociale). La loro scomparsa non è dovuta a una mancanza di efficacia, ma all’affermarsi degli antibiotici e a un modello economico inadeguato.
Dopo la Seconda guerra mondiale si impongono gli antibiotici, più semplici da studiare, produrre e prescrivere. La produzione e la vendita di fagi cessano progressivamente in Francia e in Occidente. L’antibiotico-resistenza allora non è un tema; i fagi cadono in disuso nell’indifferenza generale.
Oggi la rapida crescita dell’antibiotico-resistenza riporta questa soluzione in primo piano. Resta un ostacolo: i fagi non sono stati inventati, ma prelevati in natura. Non sono quindi brevettabili, il che ha scoraggiato a lungo l’industria farmaceutica. Il quadro normativo resta complesso.
Esperti e risorse scientifiche

Perché la fagoterapia è autorizzata in Georgia?

La Georgia non ha mai vietato la fagoterapia: vi è praticata senza interruzioni dal 1923.
L’istituto di ricerca dedicato fu fondato quell’anno a Tbilisi dal batteriologo georgiano Giorgi Eliava. Questi aveva conosciuto Félix d’Hérelle all’Istituto Pasteur di Parigi tra il 1919 e il 1921 e lo aveva invitato a lavorare nel suo laboratorio. D’Hérelle si recò a Tbilisi nel 1933 e nel 1934, poi vi lavorò per circa diciotto mesi a partire dal 1934, periodo in cui scrisse Le Bactériophage et le phénomène de la guérison (1935). L’istituto porta oggi il nome del suo fondatore: l’Istituto Eliava.
Durante il periodo sovietico, poiché gli antibiotici erano meno accessibili che in Occidente, i fagi hanno continuato a essere studiati, prodotti e prescritti. Questa continuità ha dato alla Georgia oltre cento anni di pratica ininterrotta e una delle più importanti collezioni di fagi al mondo, stimata in oltre 6.000 ceppi.
La fagoterapia è ancora oggi insegnata nelle facoltà di medicina georgiane, cosa che non avviene in nessun Paese occidentale. I medici georgiani dispongono quindi di competenze, esperienza clinica e autorizzazioni che non esistono altrove. Resta da capire dove farsi curare.

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